Introduzione al progetto

 

Food Crossing District individua soluzioni per il riutilizzo e la valorizzazione di sottoprodotti agroalimentari.

Il progetto riunisce i laboratori di ricerca industriale CIRI AGRO, con esperienza su prodotti e processi dell'agroalimentare, ed ENEA-LEA, con competenze inerenti la simbiosi industriale e lo studio dell'ecocompatibilità mediante Life Cycle Assessment (LCA). I laboratori lavorano in sinergia con due importanti aziende del territorio, Casalasco e Barilla, per individuare soluzioni reali volte al massimo utilizzo dei prodotti alimentari. Food Crossing District sviluppa anche una mappa dinamica georeferenziata delle economie circolari delle due filiere alimentari, per individuare possibili sinergie di sistema.

Sottoprodotti e simbiosi industriale

Il settore agroalimentare genera quantità rilevanti di sottoprodotti e scarti, lo smaltimento dei quali produce impatti ambientali ed economici negativi. L'attenzione delle politiche europee alla sostenibilità richiede uno sforzo creativo di valorizzazione di quanto utilizzabile, perché dotato di valore aggiunto, mediante innovazione tecnologica (processi biotecnologici verdi) e di sistema (simbiosi industriale) per aumentare la competitività delle imprese e creare nuove opportunità di lavoro. Un approccio di questo tipo applicato alla filiera agroalimentare di un determinato territorio permette di progettare un riuso sistematico delle risorse, minimizzando i prelievi dall'ambiente e favorendo la creazione di un mercato di risorse e servizi secondari.

Gli scarti valorizzati dal progetto Food Crossing District comprendono bucce e semi dalla lavorazione del pomodoro, crusca e cruschello provenienti dalla lavorazione del grano. Saranno impiegate tecnologie a basso impatto ambientale per ottenere nuovi prodotti alimentari: un olio ottenuto da olive e sottoprodotti del pomodoro da indirizzare direttamente al mercato, una crusca disoleata e torrefatta ed un olio di germe di grano per il mercato alimentare o il settore dei biocarburanti. I tre prodotti saranno caratterizzati per gli aspetti compositivi, sensoriali, microbiologici e funzionali (composti bioattivi). Ad una sperimentazione su scala di laboratorio e/o semi-industriale, seguirà la realizzazione di prototipi di processo/prodotto e la valutazione della sostenibilità ambientale ed economica a livello industriale e di mercato.

La definizione e l'ottimizzazione di percorsi di simbiosi industriale sarà supportata dalla realizzazione di uno strumento finalizzato alla raccolta ed elaborazione dati dalle imprese, una mappa dinamica delle economie circolari delle due filiere, che permetterà l'individuazione di possibili sinergie di sistema. L'individuazione dei più opportuni orientamenti strategici (make or buy) e lo sviluppo di adeguati piani di marketing favoriranno lo sviluppo di relazioni industriali e l'accesso al mercato finale. La disseminazione dei risultati promuoverà il circolo virtuoso innestato nel territorio emiliano-romagnolo.

I numeri del settore

Il settore agroalimentare genera quantità rilevanti di sottoprodotti e scarti, il cui smaltimento produce impatti ambientali ed economici negativi. L’adozione di un approccio di simbiosi industriale per trasferire e condividere risorse tra industrie dissimili riflette le recenti strategie Europee sul disaccoppiamento della crescita economica dagli impatti ambientali. Nel 2014 l'Italia ha trasformato 4,9 M di tonnellate di pomodori, contribuendo al 12% della produzione mondiale e al 55% di quella europea. Questo processo genera uno scarto significativo il cui 10-30% è costituito da bucce e semi. Nelle bucce si trovano maggiormente i carotenoidi, pigmenti liposolubili, con proprietà antiossidanti e di foto-protezione cellulare. Il riutilizzo di sottoprodotti di lavorazione del pomodoro può essere un modo naturale per arricchire substrati lipidici già preziosi, come l'olio d’oliva, apprezzato in tutto il mondo per le proprietà salutistiche.

Altra filiera d'interesse è quella del grano. Dopo la macinazione, la crusca, principalmente utilizzata nell'industria mangimistica, rappresenta circa il 20% del macinato. La crusca può contenere fino al 10% di olio e la disoleazione è necessaria per il suo utilizzo in prodotti dietetici. La crusca disoleata e l'olio estratto dal cruschello, in relazione alle peculiari qualità chimiche e sensoriali, potrebbero trovare mercato in campo alimentare (linee "light"), della mangimistica animale e nel comparto della produzione di biodiesel e dei biopolimeri. Tali tecnologie dovranno essere ottimizzate dal punto di vista energetico-ambientale, attraverso un approccio di ciclo di vita e in ottica di eco-progettazione.

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